Borromini architetto moderno?

Francesco Borromini tra "curtain wall" e architettura antropomorfa

La facciata dell’Oratorio e il “curtain wall”

Tra il 1637 e il 1650 Borromini, rielaborando un precedente progetto di Paolo Maruscelli, realizza la Casa e l’Oratorio dei Filippini, situati accanto alla Chiesa Nuova. L’evoluzione del progetto e le motivazioni che lo hanno guidato sono ampiamente spiegate nell’Opus Architectonicum, di cui di seguito si riporteranno alcuni estratti.

Di particolare interesse è l’evoluzione dell’Oratorio in rapporto al sistema assiale dell’intero impianto e in relazione alla strategia dell’ingresso, gestita dalla “loggia ordinatrice”. La facciata principale, che dà sulla Piazza della Chiesa Nuova, è invece una lezione di architettura che supera il suo tempo.

Dal punto di vista progettuale, Borromini compie sostanzialmente due operazioni.

La prima consiste nel generare un prospetto autonomo rispetto al contenuto: non vi sono pressoché relazioni dirette tra gli elementi della facciata e gli spazi che essa racchiude. L’immagine prospettata si sovrappone alla disciplina funzionale, ignorandone le gerarchie. L’idea della facciata che prescinde dalla logica distributiva e funzionale interna — oltre a essere un tema profondamente borrominiano, come ad esempio la disinvolta trasposizione del tiburio/tamburo in Sant’Ivo alla Sapienza — è un’anticipazione della facciata contemporanea.
In questo senso, la facciata dell’Oratorio rappresenta un formidabile antenato concettuale del curtain wall e delle moderne facciate continue: una “pelle” architettonica autosufficiente, concepita come uno schermo autonomo che media il rapporto tra lo spazio pubblico della città e l’organismo interno, svincolandosi definitivamente dall’obbligo della verità strutturale e funzionale. Un involucro, tuttavia, tutt’altro che privo di significato, a differenza di quanto accade oggi, dove l’attuale ideologia della semplificazione sta banalizzando a livello globale la tecnologia del curtain wall.

«…Mi risolsi dunque d’ingannare la vista del Passeggiere, e fare la Facciata in piazza, come se l’Oratorio cominciasse ivi, e che l’Altare fosse dirimpetto della porta, ponendo questa a mezzo, in maniera che la metà della Facciata fosse situata in parte del fianco dell’Oratorio, e l’altra metà fuori di esso Oratorio, dove sono camere della Forestaria, occupando tanta parte di quà, e di ladi, quanto stimai proporzionata all’altezza, che disegnai darli…»

Il tema dell’abbraccio

La seconda operazione è la gestione della forma. Con un’azione di carattere antropomorfo, che enfatizza il senso di accoglienza dei seguaci di Filippo Neri, l’architetto propone una delle prime e più consapevoli traduzioni architettoniche del tema dell’abbraccio. Si assiste così, da un lato, alla traduzione della spiritualità dell’accoglienza in una forma fisica e, dall’altro, alla diretta conseguenza che tale espediente ha sulla materia: il movimento.

«…e nel dar forma a detta facciata mi figurai il Corpo Umano con le braccia aperte, come che abbracci ciascheduno in due pezzi, dove si snodano; che però nella Facciata vi è la parte di mezzo in forma di petto, e le parti laterali in forma di braccia, distinte ciascuna in due parti, mediante certi pilastri, che risaltano nel mezzo di essi, come si riconosce nell’istessa facciata…»

Il tema dell’abbraccio viene poi ripreso in Sant’Agnese in Agone (1652-1655) e, con molta probabilità, ispirò — nonostante la rivalità — anche Gian Lorenzo Bernini in Sant’Andrea al Quirinale (1658-1670) e soprattutto nella concezione di Piazza San Pietro (1657-1667), dove il colonnato si trasforma nel più grande abbraccio fisico del mondo.

Il principio compositivo della facciata dei Filippini diventa, per certi versi, il tema generatore dell’altare Filomarino, progettato da Borromini per il cardinale Ascanio Filomarino, realizzato a Roma da diversi scultori e trasportato nella chiesa dei Santi Apostoli a Napoli. L’altare può essere letto come una sorta di miniatura della facciata romana: presenta lo stesso frontone sostenuto da cornicioni analoghi e accenna a un timido abbraccio. I balaustrini rovesciati, divenuti uno standard borrominiano dopo l’elaborazione nella chiesa dei Filippini, qui compaiono senza quella motivazione di trasparenza (la “carta forata” sostenuta nell’Opus), ma come elemento ormai caratteristico del linguaggio dell’architetto.