Il racconto Francesco

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PREMESSA

Il racconto Francesco è stato pubblicato, nel mese di marzo del 2022, sull’Antologia per le scuole superiori Racconti d’Italia, tante storie e tante curiosità (non in commercio), a cura di Letizia Pampana e Sabrina Caregnato, col patrocino del Consolato Generale d’Italia a Ginevra. Narrato in prima persona, è la storia romanzata di Francesco Borromini nell’età giovanile, da quando fu sedotto dal fuoco sacro dell’architettura, e preso da un’indomabile e tormentata passione decise di lasciare Bissone per andare a Milano a lavorare nella Fabbrica del Duomo. Qualche anno dopo lasciò Milano per recarsi a Roma, dove intraprese la professione di architetto.
Al racconto si accompagnarono interventi e presentazioni sul tema. In seguito, mi affascinò l’idea di approfondire la vita del Borromini in forma romanzata. Così ho trasformato il breve racconto in un vero e proprio romanzo: Le volte celesti

FRANCESCO

Zio Leone lavorava a Roma, nel cantiere dove stavano costruendo la più grande chiesa del mondo. Ogni volta che avevamo sue notizie mi invitava a raggiungerlo. Un Natale di quand’ero ragazzino mi fece avere un toccalapis d’oro. Mi dissero che era d’ottone. Non rimasi deluso, perché quando lo lucidavo con l’aceto di vino luccicava come la croce di San Carpoforo: sembrava oro, puro oro zecchino. Di certo era magico e nessuno aveva mai messo in dubbio tale proprietà, perché con esso si poteva fissare la realtà, ma soprattutto rappresentare le invenzioni elaborate dalla mente e disegnarle su un qualunque supporto.

Aveva la giusta lunghezza per adagiarsi comodo nella mano quando le dita lo avvolgevano. Per metà era a forma di fuso, rigonfio al centro e sottile all’estremità, per l’altra metà era cilindrico, con due tagli verticali che permettevano l’inserimento di un pezzo di sanguigna. Un anellino scorrevole sul cilindro la bloccava.

Mamma Anastasia mi aveva regalato parecchi fogli di carta francese, li aveva comprati a buon prezzo da una sua parente di Capolago, Marta Maderno, sorella di Carlo, anche lui a Roma a costruire meraviglie. Custodivo quei fogli su una mensola sopra il mio letto e li accudivo come se fossero i miei figlioli.

Papà Domenico si occupava di cose di architettura, lavorava per i Visconti Borromeo giù a Milano. Lo vedevo poco, ma quando rientrava a Bissone mi parlava delle bellezze dell’architettura e di come mani abili riuscissero a intagliare la dura pietra, a plasmarla nelle più sorprendenti forme e a unire con precisione pezzo su pezzo originando nuove e magnifiche strutture.

Mi raccontava poi di quanta magnificenza scaturiva da certe costruzioni, come se tali sorprendenti forme fossero da sempre all’interno della roccia e gli intagliatori di pietra avessero solo il compito di liberarle per la contentezza di tutti. Mi parlava anche dei nostri conterranei, precisando con quale capacità sapessero costruire opere ardite e di grande bellezza. Adulava Domenico Fontana di Melide, rinomato architetto nonché abile costruttore, promosso “architetto papale” da papa Sisto V dopo che ebbe eretto con destrezza mancina l’Obelisco Vaticano. Mi descriveva con minuziosa precisione i frutti delle fatiche di Carlo Maderno di Capolago, nostro parente da parte di mamma Anastasia e responsabile della Fabbrica di San Pietro. Quando parlava di questi architetti e delle loro opere, aveva negli occhi una gioia infantile. Animato da un’incontenibile passione, modellava con le mani nell’aria, cupole, colonne, navate, transetti, simulando spazi e forme che, come d’incanto, si materializzavano davanti al mio sguardo incredulo. Quel suo narrare di così tante meraviglie e magnificenze lo illuminava e io ne assorbivo la luce.

In una cassapanca di legno di noce, situata nel luogo più sicuro della casa, mio padre conservava alcune sue cose di pregio, e in particolare un libro intitolato Geometria practica, nuovo, pubblicato da pochi anni e scritto da tale Christophori Clavii Bambergensis. Lo serbava con cura e non permetteva a nessuno di sfogliarlo, se non in sua presenza. Non fui obbediente a quel comando e con un vecchio punzone da maniscalco costruii un grimaldello degno dei più consumati malandrini. Certo di non essere visto, a notte fonda, me ne appropriavo, per poi rimettere tutto a posto prima dell’alba.

I testi erano in latino e non fui mai in grado di comprenderne il significato, se non per qualche parola sparsa qua e là simile alla mia parlata. Le raffigurazioni invece le capivo senza il bisogno di nessuna spiegazione o chiarimento. Il significato di quei segni era inequivocabile, come se facessero parte della natura di ogni essere pensante fin dal principio di tutti i tempi.

Quei disegni avevano qualcosa di sublime, li guardavo e un desiderio irrefrenabile di copiarli mi prendeva a tal punto che non dormivo la notte per osservarli con l’intento di riprodurli. Accendevo il lume della mia camera e, seduto dirimpetto alla finestra sul lago, passavo ore a scoprire come le linee di quelle geometrie s’intersecavano tra loro e con quale magia forme generavano forme. Ogni linea aveva uno scopo e una precisa posizione, nulla era lasciato al caso.

A volte vi era la luna piena e il lago rifletteva i monti. Allora dalla finestra osservavo altre linee, morbide, sinuose che all’improvviso divenivano ardite verso il cielo, per poi discendere impervie verso il pelo dell’acqua increspato dalla Caronasca, fino a sprofondare nel lago alla ricerca della linea gemella. Quelle linee sembravano in movimento, vive, come la natura che le generava.

Mi era impossibile resistere a tale sollecitazione, dovevo in qualche modo imbrigliare la forma originata dalle linee, farla mia, fissarla nella mente e sulla carta. Così, quando tutti dormivano, senza fare il minimo rumore, prendevo con cura il regalo di mamma Anastasia e attento a non sciuparne nessuna parte con pieghe, sbavature o altri segni di sporcizia, mi mettevo al lavoro.

Davanti al foglio immacolato di carta francese, nel momento stesso in cui la sanguigna lo segnava di ocra rossa e le invenzioni della mia mente prendevano forma, assaporavo una felicità tanto intensa da turbarmi l’animo. Qualcosa mi ribolliva dentro assorbendomi dalla realtà circostante e una sorta di godimento, di elevata emozione, si fondeva con il mio essere. Solo un pensiero negativo scalfiva quello stato, ovvero che qualcuno o qualcosa potesse un giorno impedirmi di reiterare tale sensazione. Con tutto l’impegno che la mia maldestra mano permetteva, disegnavo linee dritte, oblique, sghembe e curve, tutte all’interno di figure geometriche precise. Le possibilità erano infinite e i risultati inaspettati, unici limiti il tempo e la fantasia.

Di quella mia passione non condivisi mai con nessuno i risultati, tenendo per me medesimo ogni gratificazione e ogni effetto benevolo al mio corpo e al mio spirito.

Mio fratello Domenico e mia sorella Lucrezia non erano interessati al disegno e a cose dell’architettura, facevano altro. Mi consideravano scontroso perché non amavo essere sollecitato quando, assorbito dai miei pensieri, riflettevo sulle meraviglie della natura e sulla geometria che essa imbrigliava. Ma ben presto non avrebbero più avuto motivi per giudicarmi, perché io volevo inseguire il mio sogno: volevo trasformare così tante idee e forme in qualcosa di tangibile. Volevo diventare architetto.

La mia prima esperienza con l’arte del costruire la feci a tredici anni a Milano. Dicevano che avevo grosse e robuste membra e così mi mandarono a lavorare nei cantieri milanesi per la Fabbrica del Duomo. In particolare, nel cantiere di Campo Santo nei pressi dell’abside della chiesa. Là vi erano le botteghe degli scalpellini e dei marmorini e ci si poteva anche alloggiare. Mi applicai con somma diligenza e imparai a intagliare e a lavorare la pietra. Maestranze esperte mi fecero conoscere ogni genere di attrezzo: la gradina, lo scapezzatore, il ferro tondo e quant’altro. Ogni utensile aveva un suo uso, una precisa manipolazione e uno specifico effetto sulla pietra lavorata. Poi imparai a conoscere i marmi: il bianco di Carrara, il rosso di Verona, il verde serpentino di Prato, ma soprattutto il bianco rosa di Candoglia, usato ovunque nel Duomo.

Mi rammentai dei racconti di mio padre e vidi di persona quelle sorprendenti forme liberarsi dalla roccia, divenire parte di un tutt’uno e poi, come note di una grande composizione, trasformarsi in elementi di un armonioso disegno di architettura. Avevo la sensazione di essere immerso in un mondo magico, dove la magia era la trasfigurazione della materia e la generazione dello spazio.

Quando il tempo e i segni della fatica che gravavano sulla mia schiena e sulle mie mani lo permettevano, giravo per la città alla ricerca di edifici degni di essere osservati e in grado di soddisfare la mia curiosità sempre più avida. Avevo con me alcuni fogli di carta francese, li custodivo nella bisaccia assieme al toccalapis, quali supporti per annotare nuovi apprendimenti. L’odore di quella carta e il profumo che emanava mi riportavano alla mensola sopra il letto, alla finestra sul lago, a mamma Anastasia e a un’infanzia conclusasi troppo presto.

Con pazienza copiavo particolari costruttivi, prospetti e planimetrie, misurando con piedi e passi larghezze e profondità. Quando il sole lo permetteva, con l’ombra di un bastone e seguendo gli insegnamenti di Talete, misuravo anche le altezze. Annotavo rapporti e proporzioni di architetture, certo che un giorno mi sarebbero tornati utili. Mi impressionai davanti alla facciata della chiesa di Sant’Alessandro in Zebedia, al cortile di palazzo Marino, rimirando la volta di San Maurizio al Monastero Maggiore e al cospetto di tante altre opere realizzate dal genio degli architetti. A sedici anni decisi di lasciare Milano poiché ero certo che a Roma, seconda patria di alcuni miei parenti e conterranei illustri, avrei potuto apprendere nuove cose e coltivare al meglio la passione che stava crescendo dentro di me.

Vi erano in zona Campo Santo due coetanei intenti a imparare l’arte dello stucco e anche loro coltivavano il mio stesso desiderio di andare a Roma. Una sera decidemmo che avremmo mollato tutto e senza dire niente a nessuno avremmo intrapreso il lungo viaggio.

Qualche giorno prima, con una scusa, riuscii a riscuotere un debito che un tale aveva con mio padre, un minimo, tanto da procurarmi quel poco di sussistenza necessaria per vivere nell’attesa di trovare lavoro alla Fabbrica di San Pietro, mio unico e assillante desiderio.

Il viaggio fu duro e faticoso. Mangiavamo frutta e dormivamo nei pagliai.

Da Milano a Roma erano necessari ventisei giorni d’intenso cammino. Attraversammo il ducato di Parma, il ducato di Modena, a Firenze rallentammo il nostro ritmo e costrinsi i miei due accompagnatori a recarsi in Santa Maria Del Fiore ad ammirare la cupola di cui tutti parlavano al cantiere del Duomo.

Riprendemmo il nostro viaggio, sempre più duro e sempre più faticoso, il cibo scarseggiava e l’estraneità delle persone che incontravamo era disarmante. Nelle vicinanze di un torrente chiamato Formone, salimmo fino alla rocca di Radicofani credendo di scorgere la nostra meta dall’alto. Il cielo era limpido, ma vedemmo soltanto le infinite colline della Val d’Orcia: Roma era ancora a sette giorni di cammino. La via Francigena dei pellegrini conduceva verso Acquapendente, il lago di Bolsena e poi Roma: la seguimmo. Camminavamo finché la luce lo permetteva, ci riposavamo al calar del sole e poi subito in marcia alle prime luci dell’alba, ormai mancava poco alla Città Eterna.

Superato il lago di Bracciano, ci colse una grande felicità. I racconti del vecchio marmorino giù al cantiere del duomo, a proposito dell’opera di Michelangelo, principe degli architetti, non avevano nulla di esagerato. In lontananza, dinnanzi a noi, la cupola di San Pietro, sublime, cangiante alla luce del crepuscolo e segno di un mondo nuovo in quelle terre selvagge e nell’universo intero. Un brivido mi salì lungo le membra e un’indomabile commozione mi strinse il cuore. Anch’io avrei voluto fare qualcosa di simile per la gioia degli uomini, non avevo nessun dubbio, a qualunque costo sarei diventato architetto.