Genesi della forma. Sant’Ivo alla Sapienza spiegazione della pianta e della cupola
Osservando taluni disegni di Borromini e numerosi approfondimenti di Portoghesi, in particolare di San Carlo alle Quattro Fontane e di Sant’Ivo alla Sapienza, ci si confronta con la geometria. Ogni curva, linea o figura, è figlia della geometria genesi della forma finale.
La magia della pianta di Sant’Ivo alla Sapienza sta proprio nella genesi della forma. In una prima lettura o visione dello spazio non si riesce a cogliere la combinazione delle figure, ma con un’attenta analisi la geometria appare nella sua sconcertante semplicità.
L’inizio è il cerchio, la perfezione divina. Al suo interno si inscrive un triangolo equilatero, la trinità. Un triangolo equilatero specchiato al primo genera il sigillo di Salomone, il talismano contro il maligno. La genesi della pianta di Sant’Ivo è dunque una sorta di esemplificazione della simbologia legata alla geometria e anche una guida ai simboli delle chiese borrominiane e del barocco romano.
Le basi della simbologia e della geometria quale origine dell’architettura sono poste. Le intersezioni delle forme ne generano altre e un esagono appare dal nulla all’interno del sistema: un suo lato diventa il diametro di un cerchio e modulo della nascente figura mistilinea.
La ripetizione in alternanza del modulo-cerchio mette le basi della pianta, a quel punto basta scegliere le linee della tensione e del movimento.
Intrigante si rivela pure la sezione di Sant’Ivo, dove il Borromini manipolando le regole e facendosi accusare di incoerenza costruttiva, sviluppa all’interno una vertiginosa cupola che enfatizzata da costoloni costringe lo sguardo verso l’alto, verso il foro circolare della lanterna, verso il cerchio, verso la perfezione, verso Dio. All’esterno, tramite un utilizzo disinvolto del tiburio e del tamburo, il Maestro cerca la giusta relazione e proporzione con l’esedra di Giacomo della Porta. Così, a contrastare l’esedra concava vi è il tiburio convesso che contiene parzialmente la cupola. . Al momento che la cupola esce dal tiburio, quest’ultimo si trasforma in tamburo, pronto a sostenere lo spicchio emergente della cupola: una meraviglia dell’architettura barocca romana. Continua con Le volte celesti
