In che giorno è morto Borromini?

In che giorno è morto Francesco Borromini? Le notizie storiche sono discordanti

Informazioni discordanti

La data ufficiale della morte di Francesco Borromini, indicata dalla maggior parte delle fonti storiche e su Wikipedia, è il 2 agosto 1667: la si ritrova così nel Liber Mortuorum di San Giovanni dei Fiorentini e nelle Notizie di Filippo Baldinucci (pag. 374). Tuttavia, la tradizione storiografica non è mai stata unanime: se Giovanni Battista Passeri nelle sue Vite accenna genericamente al mese di agosto, Lione Pascoli, nella sua biografia del 1736 (pag. 304), magari in possesso di qualche informazione supplementare esce dal coro e indica esplicitamente il 3 agosto del 1667.

Atto di morte

Di seguito il testo dell’atto di morte di Francesco Borromini da Liber Mortuorum della Parrocchia di San Giovanni dei Fiorentini a Roma, relativo all’anno 1667 (Volume IV, alla carta/pagina 112).

«Die 2 Augusti 1667 Eques Franciscus Borrominus Mediolanensis in habitu laicali provisus omnibus S.mi Sacramentis obiit in domo sua in hac Paroecia, et eius cadaver associatum fuit ad hanc Ecclesiam, in qua sepultum fuit iuxta mandatum…»

 «Il giorno 2 agosto 1667. Il cavaliere Francesco Borromini, milanese, in abito laicale, munito di tutti i Santissimi Sacramenti, morì nella sua casa in questa parrocchia, e il suo cadavere fu trasportato in questa chiesa, nella quale fu sepolto secondo l’ordine…»

Il ferimento

Del 2 agosto 1667 è il famoso verbale redatto dal chirurgo Sebastiano Molinari, che riporta la testimonianza e la straziante deposizione dell’architetto:

Die martis 2 augusti 1667. Sebastianum Molinarius Chirurgus ad S. S. Spiritum retulti medicasse equitem Bprrominum vulneratum in renibus ferita perforante cum periculo vitae. Visitatus et examinatus fuit a Per Illustre et admodum Eccellentiss.mo D. Carolo Antonio Nerocci substituo meque etc. Eques Francuscus Boromini q. Dominici nediolanesi ciuis romanus jacen in lecto sue solite habitationis in regione S.ti Johannis Florentini vulneratus pro ut in relatione qui delato sibi juramento veritatis dicende etc, tactis etc. iuravit pro ut etc. Interrogatus quomodo et a quando reperiatur sic vulneratus.

«Martedì 2 agosto 1667. Sebastiano Molinari, chirurgo presso l’Ospedale di Santo Spirito, riferì di aver curato il cavaliere Borromini, ferito ai reni da una lesione perforante con pericolo di vita. Fu visitato ed esaminato dall’illustrissimo e chiarissimo signor Carlo Antonio Nerocci, mio sostituto, ecc. Il cavaliere Francesco Borromini, fu Domenico, milanese, cittadino romano, giacente nel letto della sua abituale abitazione nella contrada di San Giovanni dei Fiorentini, ferito come nella relazione; prestato a lui il giuramento di dire la verità, toccati ecc., giurò come sopra. Interrogato in quale modo e da quando si trovi così ferito».

Il verbale fotografa i ruoli distinti dei due medici al capezzale dell’artista: se il chirurgo Molinari interviene materialmente per tamponare la ferita, il Nerocci agisce in veste ufficiale di sostituto medico fiscale per il Tribunale del Governatore, con il compito di esaminare la gravità del caso e convalidare l’interrogatorio legale.
A questa domanda, Borromini risponde in modo preciso, dissipando ogni dubbio sul momento del dramma, come indicato nel paragrafo successivo.

La sequenza temporale dell’avvenimento

Per meglio comprendere la sequenza temporale è necessario comprendere anche il funzionamento dell’orologio pubblico a Roma nel XVII secolo. All’inizio di agosto, il punto zero per il calcolo delle ore iniziava al tramonto, ossia intorno alle 19:45 / 20:00 del nostro orologio moderno standard.
Nella dichiarazione rilasciata da Borromini dopo il ferimento si leggono due orari abbastanza precisi. Di seguito il testo originale con il primo orario, momento in cui ha inizio la tragedia:

«Verso le cinque in sei hore in circa, essendomi io risvegliato, ho chiamato il suddetto Francesco e gli ho detto ‘è hora ancora di accendere il lume’ et esso mi ha risposto ‘signor no’ et io havendo sentito la risposta mi è entrata addosso l’impatienza. […]»

Le 5 o 6 ore indicate corrispondono alle ore 1:00 – 2:00 di notte del nostro tempo (ovvero 5 o 6 ore dopo il tramonto). Borromini si sveglia nel buio pesto, chiede di accendere il lume e il Massari gli dice di no perché è notte fonda.
Il secondo orario è invece quello del tentato suicidio:

«Io mi trovo cosi ferito da questa matina dalle octo hore e mezza in qua circa; sul modo che dirrò a V. S. […]»

Le 8 ore e mezza indicate corrispondono alle ore 4:30 del mattino del nostro tempo (8 ore e mezza dopo il tramonto). Tormentato dai pensieri e dall’attesa, Borromini si butta sulla spada. Subito dopo, ferito, si pente del gesto o viene sopraffatto dal dolore e comincia a gridare.
Pochi istanti dopo (verso le 4:35 – 4:40), il Massari sente le urla, corre nella stanza, spalanca la finestra e si accorge che fuori, finalmente, «già si vedeva lume», come si legge nella parte successiva della deposizione:

«[…] ho cominciato a strillare et allhora è corso qua detto Francesco, et ha aperto la fenestra, che già si vedeva lume […]»

La constatazione del cadavere

Il 3 agosto del 1667 vi fu la constatazione del cadavere da parte del sostituto medico fiscale Carlo Antonio Nerocci:

Visus et reperitus fuit… a domino Carlo Antonio Nerocci… quodam cadauer masculini generis iuxtae staturae aetatis suae annorum septuaginta ciciter pilaminis albi caluum in capite in parte, iacens nudum in lecto suae solitae habitationis… super quo… vidi esse vulneratum in regione hypocondrij intus penetraus al alias partes in regioni lumbali partis sinistrae…

«Fu visto e ritrovato… dal signor Carlo Antonio Nerocci… un cadavere di sesso maschile, di giusta statura, dell’età di circa settant’anni, dai capelli bianchi, calvo in parte sul capo, giacente nudo nel letto della sua abituale abitazione… sul quale… vidi esservi una ferita nella regione dell’ipocondrio, penetrante all’interno fino alle altre parti nella regione lombare del lato sinistro…»

L’incongruenza cronologica

Da un’interpretazione più attenta dei documenti si deduce che se la constatazione del cadavere è del 3 agosto e il chirurgo lo ha visitato il 2 agosto – poche ore dopo che il Maestro si era trafitto con la spada e cioè, come dalla citazione precedente, alle otto e mezza del mattino (4.30 del nostro tempo) – possiamo essere certi che il primo agosto del 1667 non è successo nulla. La tesi di un ferimento antecedente, ipotizzata da alcuni studiosi, è con ogni probabilità un tempo dedotto a posteriori per giustificare la data di morte ufficiale. Sarebbe perlomeno incomprensibile che Francesco Massari, suo collaboratore e coinquilino, lo avesse lasciato un giorno intero, ferito e agonizzante, prima di chiamare i soccorsi.
Dunque, verosimilmente, la data reale della morte coincide con il primo mattino del 3 agosto 1667. A conferma vi è una lettera – pubblicata da Paolo Portoghesi in un suo saggio del 2019 – inviata da tale Torquato Montani al granduca Ferdinando II de’ Medici:

«Mercoledì 3 agosto alle dieci ore morì Francesco Borromini, architetto eccellentissimo, essendosi dato della spada, e lasciò un testamento pieno di cose degne della sua virtù».

(Come indicato in precedenza, nella Roma dell’epoca le “dieci ore” venivano calcolate a partire dal tramonto della sera precedente. Pertanto il Montani collocherebbe il decesso verso le 6 del mattino di mercoledì 3 agosto 1667, all’incirca ventiquattro ore dopo il tentativo di suicidio).

Lo spirito di un’epoca

Dunque, già ai tempi circolavano due cronologie diverse. Il fatto che Borromini sia morto il 2 o il 3 agosto, di oltre 350 anni or sono, alla maggior parte della gente poco importa, e forse neppure dal profilo storico è una grande rivelazione. Diventa invece intrigante, per comprendere al meglio lo spirito dell’epoca, riuscire a capire il motivo di questo apparente svarione nei registri ufficiali.

Il gesto di Borromini, per la Chiesa dello Stato Pontificio, era considerato un peccato mortale. Tuttavia, durante la sua straziante agonia, l’architetto ha avuto il tempo di dettare le sue ultime volontà, confessarsi, pentirsi e ricevere i sacramenti. Questo episodio non ha permesso comunque ai suoi necrofori di seppellirlo in un luogo sacro senza qualche sotterfugio.
Il religioso o il funzionario che aveva redatto l’atto di morte potrebbe aver scelto deliberatamente di “congelare” la burocrazia al 2 agosto, il giorno del ravvedimento e dell’ultimo contatto con la comunità dei fedeli, omettendo le ore successive di un’indubbia e straziante sofferenza. Il tutto potrebbe essere stato il riflesso dei pensieri di un’epoca in cui la necessità di salvaguardare la dignità e la memoria di un fedele poteva trasformarsi in un imbroglio anagrafico. Soprattutto se il fedele fosse uno di natura particolare, speciale, che avesse passato la sua vita a celebrare con le sue opere la magnificenza di Dio. In quel caso, pur di strapparlo all’infamia della dannazione eterna riservata ai suicidi, potrebbe aver prevalso la decisione di manipolare la registrazione cronologica dei fatti.

(Nota: la versione in italiano corrente dell’interrogatorio è parte integrante del romanzo Le volte celesti).