Zio Leone lavorava a Roma, nel cantiere dove stavano costruendo la più grande chiesa del mondo. Ogni volta che avevamo sue notizie mi invitava a raggiungerlo. Un Natale di quand’ero ragazzino mi fece avere un toccalapis d’oro. Mi dissero che era d’ottone. Non rimasi deluso, perché quando lo lucidavo con l’aceto di vino luccicava come la croce di San Carpoforo: sembrava oro, puro oro zecchino. Di certo era magico e nessuno aveva mai messo in dubbio tale proprietà, perché con esso si poteva fissare la realtà, ma soprattutto rappresentare le invenzioni elaborate dalla mente e disegnarle su un qualunque supporto.
Aveva la giusta lunghezza per adagiarsi comodo nella mano quando le dita lo avvolgevano. Per metà era a forma di fuso, rigonfio al centro e sottile all’estremità, per l’altra metà era cilindrico, con due tagli verticali che permettevano l’inserimento di un pezzo di sanguigna. Un anellino scorrevole sul cilindro la bloccava.
Mamma Anastasia mi aveva regalato parecchi fogli di carta francese, li aveva comprati a buon prezzo da una sua parente di Capolago, Marta Maderno, sorella di Carlo, anche lui a Roma a costruire meraviglie. Custodivo quei fogli su una mensola sopra il mio letto e li accudivo come se fossero i miei figlioli.
Papà Domenico si occupava di cose di architettura, lavorava per i Visconti Borromeo giù a Milano. Lo vedevo poco, ma quando rientrava a Bissone mi parlava delle bellezze dell’architettura e di come mani abili riuscissero a intagliare la dura pietra, a plasmarla nelle più sorprendenti forme e a unire con precisione pezzo su pezzo originando nuove e magnifiche strutture… Continua
